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LE DONNE DI SOAZZA RACCONTANO Incontro con Paolo Mantovani
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Sala piena per l'incontro di Scuola aperta con Paolo Mantovani il 22 febbraio. Paolo Mantovani è nato a Soazza, un nome e un luogo che suscitano nei valchiavennaschi ricordi di antiche frequentazioni e di scambi. Vive a Bonaduz e ha lavorato fino allo scorso anno a Coira per l'Ufficio Cantonale come ingegnere. Ma, soprattutto, da molti anni dedica gran parte del suo tempo libero alla raccolta delle testimonianze sul passato della sua gente nell'alta Val Mesolcina e sulle antiche vie di comunicazione. "Le donne di Soazza raccontano" è il titolo della pubblicazione di cui è autore e di cui ci ha parlato. Il titolo sintetizza, come tutti i titoli, il contenuto del libro e quindi il complesso del suo lavoro sull'argomento. E' a questo che servono i titoli. Ma non si sfugge alla sensazione che il titolo che Mantovani ha voluto dare al volume vada al di là di questa semplice funzione riassuntiva. Ha tutta l'aria di essere anche la felice sintesi di un approccio metodologico, che ci dice che tipo di storia si sia voluto fare. Tre parole nel titolo: Soazza, raccontano, le donne. Soazza. Una piccola comunità dell'alta Val Mesolcina. E siamo in piena microstoria. Una storia piccola come ambientazione, se paragonata alla storia dei grandi ambienti e dei grandi eventi. La Storia. Qui c'è una piccola comunità. Una storia del locale, che non è mai localismo; una storia del quotidiano, ma fatta con uno sguardo di ampio respiro storiografico. Raccontano. Mantovani fa storia con un ampio ricorso alle fonti orali. 55 CD di interviste raccolte, per 45 ore di ascolto. Ora, le fonti orali sono uno dei cardini della microstoria. Diceva Paul Thompson, un'autorità nel campo della storia sociale:"La storia orale restituisce alle persone la storia, con le loro stesse parole. E nel dare loro un passato le aiuta a immaginarsi, loro, un futuro; e a non farselo scippare". Le donne. Sono le donne che raccontano. E non è un fatto casuale. C'è uno stereotipo sulle donne: le custodi del focolare. Uno stereotipo, e forse anche un alibi, in una società governata in buona parte da soli uomini. Ma c'è qualcosa di vero. Le donne, nella famiglia e nella comunità, sono state, e forse lo sono ancora, le custodi, se non vogliamo dire del focolare, senz'altro della memoria. Loro sanno. Loro ricordano. Hanno questo dono culturale. Ma hanno poi anche il dono del racconto, del saper comunicare la memoria. Vien sempre in mente, in proposito, che i nostri emigranti uomini erano schivi, pigri nello scrivere, nel comunicare. Dal momento in cui arrivavano le donne (spose, fidanzate fatte venire dal paese) il flusso epistolare assumeva proporzioni diverse, si moltipllcava. La corrispondenza diventava più frequente e dalla paginetta striminzita si passava al foglio quadruplo, zeppo, fitto di parole, tanto la pagina non bastava più. Erano le donne, soprattutto, che tenevano i legami con le loro origini, che tenevano vivo il flusso della memoria. Una serie di riflessioni suggerite dalla lettura del bel libro di Paolo Mantovani e dall'ascolto della sua relazione.
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