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| Ai confini dell'Europa
Scuola aperta Valchiavenna
"Incontro con Franco Michieli" L'esperienza esplorativa vissuta attraversando Lapponia, Alpi del Lyngen, Groenlandia Meridionale e Islanda d'inverno. |
Davvero le montagne perdono la cosiddetta verginità dopo che qualcuno le ha scalate? Davvero salire, denominare e cartografare una montagna significa svelarne il mistero, togliendo qualcosa a chi verrà dopo? O siamo noi, piuttosto, ad essere permanentemente schiavi della logica astratta della "prima" e della "conquista", quasi che i tempi coloniali della spartizione della terra secondo la regola di chi arriva primo (ignorando gli abitanti millenari dei luoghi) non fossero tramontati da un pezzo? E infine: davvero l'esplorazione passata può averci dato un'immagine esauriente del mondo, quando per secoli è stata condotta da personaggi il più delle volte accecati dall'ambizione e dalla brama di gloria o, più recentemente, dall'ossessione della prestazione sportiva?
La mia conclusione è che esplorare non ha niente a che vedere col giungere per primi in un luogo. Significa semmai stringere con il territorio una relazione nuova, concreta, originale, interpretando la realtà così come appare a noi, consci che nessuna cultura, per quanto progredita, può possedere integralmente la realtà di un paesaggio: chi è venuto prima e chi verrà dopo ha colto e coglierà elementi e significati che a noi sfuggono del tutto, e viceversa. Se l'esplorazione della terra e delle montagne da parte dei "conquistatori" ha seguito un punto di vista molto parziale, nulla ci obbliga a perpetuarlo; senza pretendere di essere "più perfetti" dei predecessori, possiamo comunque ricominciare da capo, con occhi nuovi, e forse fare scoperte anche più rilevanti di quelle del passato. Ma come realizzare questa possibilità? Propongo quattro esempi, tratti da altrettanti esperimenti vissuti sul campo negli ultimi anni e realizzati grazie all'esperienza di una ventina di precedenti lunghe traversate. Il primo, nel 1998, è stato la traversata est-ovest degli sconfinati altipiani disabitati della Lapponia Norvegese, condivisa con l'amico Andrea Matteotti senza avere con noi mappe, né orologio, né strumenti per l'orientamento o per le telecomunicazioni. Della grande regione, vasta come il Norditalia, avevamo solo un'idea, un'approssimativa "mappa mentale" memorizzata da una carta stradale in scala 1 : 400.000 prima della partenza. Con questa minima base, e con l'aiuto di elementi naturali come il sole, le nuvole, il vento, le alture e l'andamento dei corsi d'acqua, siamo riusciti a "tenere la rotta" per circa 600 km senza mai perderci, avendo così conferma che la sensibilità e la mente umane non sono da meno dell'istinto degli animali migratori. Una riscoperta che ci ha permesso, da quel momento, di tornare a incontrare la grande natura solo con i nostri occhi, ricreando per noi un intero mondo da esplorare. L'anno successivo ho compiuto perciò un ulteriore passo in questa direzione assieme a Mario Baumgarten, con la traversata delle Alpi del Lyngen, situate nel nord della Norvegia. Le Lyngsalpene sono una catena montuosa dalla morfologia molto aspra, tutta picchi rocciosi e ghiacciai, priva di rifugi e di sentieri, lunga circa cento chilometri in linea d'aria e circondata dai fiordi; è molto ben cartografata, le cime sono state scalate da tempo ed è già stata teatro di alcune traversate integrali. Tuttavia, noi l'abbiamo percorsa da un capo all'altro rinunciando alle mappe - senza averle con noi e, questa volta, senza nemmeno osservarle prima di partire - e facendo a meno ancora una volta di informazioni, di qualsiasi strumento per l'orientamento, dell'orologio e di mezzi di comunicazione con l'esterno. Ci siamo perciò inoltrati nella catena montuosa come se nessuno l'avesse mai vista prima dall'interno: le cime, i ghiacciai, le valli sono tornati tutti senza nome; da ciascuna delle oltre venti creste che abbiamo scavalcato nel cercare una via, ogni volta ci è apparso davanti un mondo nuovo, inaspettato, come appena creato; e proprio perché è toccato a noi interpretare ogni cosa, il tempo vissuto su quel territorio è stato pieno di rivelazioni; è stato veramente il tempo di scoperta di una realtà primigenia. Un'avventura dal forte significato proprio in un'epoca che crede di non aver più nulla da esplorare, ma solo di doversi dedicare alla "trasformazione" del mondo a proprio uso e consumo. Così nel 2000 e nel 2001 ho rinnovato l'esperienza in condizioni simili, ma con alcune varianti ambientali: ancora con Baumgarten tra i picchi di granito e i ghiacciai presso le coste verdeggianti della Groenlandia meridionale, dove oltre mille anni fa i vichinghi fondarono fiorenti fattorie; e poi con Sandro Fulghieri e Mauro Bongianni nel deserto islandese Ódádahraun, questa volta d'inverno, in una vastità bianca quasi costantemente immersa nella nebbia e nella tormenta. In questo caso il concetto classico di "itinerario" è stato del tutto abbandonato per sperimentare una intensa forma di vagabondaggio, dove le eccezionali incognite poste dall'orientamento sono state al centro delle settimane di marcia sugli sci. Per concludere, ciò che più conta - e che ci ha lasciato un insegnamento da estendere alla vita quotidiana -, è che in queste "esplorazioni inverse" non abbiamo dato un nome a montagne sconosciute: al contrario, l'abbiamo tolto a montagne che ce l'avevano già; non abbiamo cancellato l'ultima "macchia bianca" dalle mappe, ma ne abbiamo ricreate dove si credeva che non ce ne fossero più; non abbiamo fatto delle "prime", ma abbiamo mostrato come chiunque dopo di noi potrà inoltrarsi tra quelle stesse montagne, e viverle di nuovo come se nessuno le avesse viste prima. Franco Michieli> |