IL VINO
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Quella del vino in Valchiavenna è una tradizione tutta particolare. Non ha mai avuto pretese commerciali, salvo rare eccezioni. Più che una tradizione produttiva, è stata soprattutto una tradizione sociale. La parcellizzazione dei fondi non ha mai consentito il sorgere di unità produttive di dimensioni economicamente significative. Il vino è stato oggetto di attenzione, in quanto elemento integrativo, nella logica dell'autoconsumo. La famiglia tipica della Valchiavenna aveva, così, la sua vigna, il suo ronco, che venivano lavorati nei ritagli di tempo, finito il lavoro alla sera, o prima di iniziarlo al mattino. La produzione bastava a soddisfare le esigenze famigliari di un anno; veniva stoccata nelle cantine, dove i più fortunati tenevano un tino e qualche "caréra", in uno spazio spesso suddiviso tra due o più proprietari. Ogni centro abitato possedeva più di un torchio, qualche volta in proprietà comune; altre volte, privato, ma di servizio alla comunità. L'uso veniva pagato, di solito, in natura. Più su ancora, nella articolazione delle funzioni, si trovava qualche distilleria, che provvedeva al recupero delle vinacce, in cambio di qualche bottiglia di grappa.
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| Tradizione sociale, quella del vino, si diceva. Un vino leggero (l'abitudine di tagliarlo con il vino forte del sud è venuta più tardi). Un vino che si poteva bere a litri, durante le lunghe soste ai "fregée", durante le interminabili partite a carte, o a bocce, della domenica. Un pezzo di formaggio, una terrina di "guatt" condite con il prezzemolo (portata dalle donne in un asciugamano) e tante chiacchiere, fino a tirar sera. I "fregée erano un ambiente diverso dai crotti di Pratogiano, anche se ne riproducevano lo spirito, ad un livello meno aristocratico. La differenza, e la diffidenza, tra Borgo e Contado di cui parlano gli storici passava anche di qui. |