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Dal blocco compatto delle vinacce, dopo l'ultima passata sotto il torchio, agli alambicchi della distilleria. Si chiudeva cosė il ciclo del vino in una economia di sussistenza che non contemplava la categoria dello spreco, nč tantomeno quella dello scarto.
La tradizione della grappa. Antidoto contro il pungente freddo delle buie giornate invernali o i rigori delle alte quote. Carburante per scambi conviviali e loquacitā disinibite. Sollievo a digestioni altrimenti laboriose dopo pasti poco rispettosi delle norme dietetiche. Alibi medicamentoso a piacevoli incursioni nelle praterie di Bacco.
Questi, tra gli altri, gli orizzonti del mondo della grappa.
La val S. Giacomo, Campodolcino in particolare, fu l'epicentro di questa tradizione. I Grapāt, si chiamavano: una sorta di corporazione nel mondo delle maestranze specializzate dell'era preindustriale.
Fanetti, Della Morte, Ghelfi, Vener, Levi, Francoli, per citare alcune famiglie, che divennero poi "marchi" di garanzia commerciale, una volta superata la dimensione famigliare dell'attivitā.
E, da Campodolcino, via per le strade del mondo al seguito dei flussi migratori.
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Punto di riferimento di una tradizione che ne ha segnato la storia economica e sociale, la valle ne č consapevole e ne ha conservato la memoria. Ne č custode, tra gli altri, Luigi Fanetti che si č dedicato alla recensione dei "Grapāt" sparsi per il mondo (oltre 120 le etichette catalogate) e alla raccolta di dati sul fenomeno. È una buona fonte a cui attingere informazioni, o indirizzare segnalazioni.

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