LE CASTAGNE



Il castagneto, o meglio la selva nella versione meno colta, rivestiva un'importanza fondamentale nell'economia di sussitenza della valle. Il valchiavennasco del Contado poteva contare su una terna di prodotti agricoli: il vino, il fieno (latte, formaggio e burro), la castagna.

Dentro questi orizzonti si consumava l'esperienza rurale e vitale della più parte delle persone. Un modello di unità economica che vediamo riprodotto nelle pertinenze di Palazzo Vertemate. La castagna, diventata oggi alimento ricercato e sfizioso, oggetto di mal tollerate incursioni turistiche, era una volta alla base della dieta valchiavennasca.


La considerazione in cui era tenuta traspare anche da alcune lettere di soldati al fronte sul Piave, nella Prima guerra mondiale: ricevere una "branca di braschée" era per loro come "una mano al cuore". E non soltanto perché pativano la fame: si trattava di una leccornia.

D'altra parte, chi non è più tanto giovane si ricorda che il regalo che si riceveva girando in maschera di casa in casa a carnevale era proprio una manciata di bruciate. Poi, col tempo la castagna è diventata un elemento sempre più decorativo.




Ne era il segno di riconoscimento il fumigare della "graa" o "grée"(la cascina che fungeva da essiccatoio) nelle settimane del tardo autunno; o la ritmica cadenza dei colpi sulla "sciüca", agli inizi dell'inverno, quando si battevano le castagne.

I dati relativi alla superficie destinata al castagneto e alla produzione di castagne, confermano l'importanza di questa coltura.

Ancora nel 1964 in Valchiavenna si avevano 723 ettari di castagneto, con una produzione di 5410 quintali di castagne. Si andava dai 128 ettari, con 1000 quintali per Samolaco, ai 116 di Verceia, con 750 quintali.

Poi, nel 1974 i dati non vengono più rilevati. Ci avviavamo al tramonto.