LA BOTTONERA



Contrariamente a quanto si può pensare, la Valchiavenna, e in modo particolare il borgo di Chiavenna, ha avuto una forte tradizione artigianale ed industriale. Ancora a metà del secolo scorso esisteva a Chiavenna una Camera di commercio a significare l'importanza della piazza dal punto di vista economico.

C'era una filatura con più di 200 operai; c'erano birrifici, ovattifici, botteghe per la lavorazione del ferro, cartiere: un fervore produttivo inimmaginabile, oggi.


E parlare di industria, nella storia di Chiavenna, significa parlare della Bottonera, il quartiere a nord est della città, lungo il fiume Mera, dalle cui acque gli insediamenti produttivi ricavavano l'energia per muovere i propri macchinari.

Due erano gli assi economici attorno ai quali si muoveva l'economia del borgo: le due strade che conducevano ai passi del Maloggia e dello Spluga, da una parte; il corso dell'acqua dall'altra.

La Bottonera ha espresso, più di ogni altro quartiere, la predisposizione produttiva di Chiavenna. Solcata da canali, animata da industrie e da botteghe artigianali, è stata nel passato il cuore economico della città e della valle.




Trae il suo nome da "botón", gli scarti della lavorazione dei "lavecc", di cui erano pavimentati i suoi vicoli. La toponomastica, se non l'urbanistica, ha pensato a conservare il ricordo delle attività che lì si svolgevano: vicolo del Maglio vecchio; vicolo della Marmirola; vicolo della Cartara.

Sopravvive, come testimonianza e monumento di archeologia industriale il vecchio molino. Sopravvissuta solo nella documentazione fotografica è la vecchia filatura. Per il resto, il quartiere si è trasformato: area residenziale, all'interno; area scolastica e culturale lungo il fiume.